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Via D'Amelio e la memoria spaccata a colpi di cori. La voce di chi ha vissuto le stragi del '92: “Le commemo

2026-07-21 06:00

Veronica Femminino

Apertura,

Via D'Amelio e la memoria spaccata a colpi di cori. La voce di chi ha vissuto le stragi del '92: “Le commemorazioni sono diventate una farsa, in tanti hanno interesse a nascondere la verità”

Il racconto di chi quel periodo lo ha vissuto ed alle celebrazioni non partecipa

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Mentre via D'Amelio si spacca tra cori opposti, Francesco Mongiovì - ex agente della scorta di Giovanni Falcone e protagonista della Catturandi - racconta la stagione delle stragi senza bandiere: solo memoria, verità cercata e mai trovata, dolore.

 

Il 34° anniversario della strage di via D'Amelio a Palermo si è chiuso con una scena che definire imbarazzante e avvilente è dire poco: due fazioni divise, quella delle Agende Rosse guidate da Salvatore Borsellino e quella della fiaccolata di Fratelli d'Italia con Arianna Meloni in testa, si sono incrociate nello stesso luogo, sotto la stessa lapide, per contendersi la stessa memoria, come raccontato e documentato da BlogSicilia, che ha pubblicato anche un video dei fatti.

 

Un botta e risposta tra manifestanti a suon di cori - "Fuori la mafia dallo Stato" da una parte, l'inno di Mameli dall'altra - ha fatto letteralmente tappare in casa i residenti della via, e ha indotto alcuni cittadini ad abbandonare la manifestazione, spaventati da una tensione che poteva sfuggire di mano.

 

È la fotografia di un paradosso che si ripete ogni 19 luglio con intensità crescente: più la strage si allontana nel tempo, più la sua memoria diventa terreno di scontro politico, contesa tra chi rivendica Borsellino come icona di destra e chi lo rivendica come simbolo dell'antimafia più intransigente.

 

Un conflitto che, di fatto, ha un solo risultato: far scomparire l'unica cosa che dovrebbe contare davvero, la verità su quei 57 giorni tra Capaci e via D'Amelio, e sulle tante ombre che ancora aleggiano sui due attentati mafiosi.

 

Le ferite ancora aperte di chi ha vissuto quella stagione

C'è però un modo per sottrarre quella memoria alla polemica di piazza, ed è tornare a chi quegli anni li ha vissuti sulla propria pelle, senza megafono e senza casacca politica.

Francesco Mongiovì, palermitano classe 1959, è stato uno di questi uomini.

Entrato in Polizia nel clima incandescente seguito all'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla fine del 1988 viene assegnato alla scorta di Giovanni Falcone, la Quarto Savona 15: lo stesso nome in codice che il 23 maggio 1992 sarebbe finito su ogni prima pagina del mondo per la strage di Capaci.

Sopravvissuto a quella stagione, Mongiovì non lascia la prima linea: passa alla sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, dove resterà per ventitré anni dando la caccia ai boss più pericolosi di Cosa Nostra, da Giovanni Brusca a Bernardo Provenzano.

Chiuderà la sua carriera in Polizia nella Sezione Antidroga.

Sette anni fa è andato in pensione, continuando a raccontare gli anni delle stragi nella loro dimensione umana, fatta di paura quotidiana, disciplina e un senso dello Stato che nessuno slogan può replicare.

 

La memoria si racconta, non si rivendica

È in questa cornice che nasce l'intervista che segue.

Non l'ennesima, tra tante, rivendicazione di appartenenza, ma la voce di chi il reparto scorte lo ha vissuto dall'interno, sapendo — come nel suo caso — che ogni giorno al fianco di Falcone poteva essere l'ultimo.

Un punto di vista che non ha bisogno di magliette per essere autentico, e che fa di via D'Amelio e di Capaci ciò che meritano di essere: non un vergognoso campo di battaglia, ma il luogo fisico che testimonia l'impegno e il sacrificio di uomini e donne dello Stato che hanno pagato con la vita — o hanno rischiato di farlo ogni giorno — la scelta di non voltarsi dall'altra parte.

Francesco Mongiovì compie gli anni proprio il 19 luglio.

 

Il giorno della strage era domenica.

Insieme alla moglie si stava recando alla chiesa della Madonna della Provvidenza - che a Palermo tutti conoscono come Don Orione - e che si trova in via Ammiraglio Rizzo, a circa 600 metri da via D'Amelio.

Era un giorno di festa in tutti i sensi: lui e la moglie dovevano partecipare in qualità di padrini al battesimo di una nipotina.

 

Francesco, cosa ricorda di quel pomeriggio?

Eravamo in macchina e faceva molto caldo.

La città era deserta.

Eravamo appena passati da via D'Amelio quando mia moglie mi dice: "Si vede che è una domenica d'estate, sono tutti al mare. In giro non c'è nessuno".

Appena pronunciate queste parole — eravamo fermi a un semaforo rosso — abbiamo sentito il boato di un'esplosione fortissima alle nostre spalle: la macchina ha tremato.

Mi sono reso subito conto che era successo qualcosa di molto grave.

Avevo pensato immediatamente al magistrato Giuseppe Ayala, che abitava lì vicino: anche se proprio quell'anno aveva lasciato la magistratura per iniziare la carriera politica, aveva fatto parte del pool antimafia ed era stato pubblico ministero del maxiprocesso.

E siccome la mafia, se promette di colpirti, prima o poi lo fa, temevo per lui.

Non avendo mai fatto la scorta al dott. Borsellino, non sapevo che in via D'Amelio abitasse la madre, dove si stava recando quando lo hanno ucciso.

Mentre era ancora in corso la celebrazione in chiesa, ho appreso che un'autobomba aveva ucciso Borsellino e i ragazzi della scorta.

Provai un dolore immenso, difficile da descrivere.

 

Quanto è durata la sua esperienza nel reparto scorte?

Fino al 13 dicembre 1991, giorno in cui ho lasciato la scorta del giudice Falcone.

Lui ormai tornava a Palermo solo nel fine settimana e sapevamo che si sarebbe trasferito definitivamente a Roma.

Io non volevo scortare nessun altro eccetto Giovanni Falcone, e quindi decisi di lasciare il reparto scorte e rimanere alla squadra mobile.

Pensavo da tempo che, se dovevo morire facendo la scorta, volevo che accadesse esclusivamente a fianco del dott. Falcone, che però stava per lasciare Palermo.

C'era un clima angosciante, di allerta perenne.

Io non volevo continuare a rischiare la vita, anche perché avevo già una mia famiglia.

 

La sua carriera nella squadra mobile di Palermo lo ha visto in prima linea nella lotta alla mafia.

Dopo le stragi del '92 ho voluto impegnarmi ancora di più, e sono entrato nella Catturandi.

Ho partecipato alla cattura di trentatré mafiosi, tra i quali Bernardo Provenzano e i Lo Piccolo, ma non potrò mai dimenticare la parte più importante della mia vita professionale: l'indagine e la cattura di Giovanni Brusca, che il 23 maggio del 1992 azionò il telecomando che provocò la morte di Falcone e dei miei amici e colleghi Antonio, Rocco e Vito.

 

Falcone e Borsellino, morti per combattere la mafia, sono ormai diventati 'trofei' dei quali tutti vogliono appropriarsi. Tirati e contesi di qua e di là, non hanno pace. Lei cosa ne pensa?

Io non ho mai preso parte alle commemorazioni ufficiali proprio per questo motivo.

In questi anni abbiamo avuto tanti Governi, ma con una costante: la commemorazione delle stragi è sempre stata una farsa e nient'altro, una passerella alla quale non voglio assistere.

Questa spaccatura, sempre più evidente in un giorno che invece dovrebbe essere dedicato alla memoria, mi fa male ed è per me inaccettabile.

Ognuno utilizza e strumentalizza il ricordo a proprio piacimento, a proprio favore.

Molti di coloro che erano presenti in via D'Amelio ieri, oggi non ricordano nemmeno più cosa hanno detto.

Io i morti delle stragi del '92 li commemoro ogni giorno: quando mi sveglio, quando penso ai miei colleghi della scorta che oggi avrebbero la mia età, quando vado da solo a Capaci o in via D'Amelio.

 

Queste divisioni nel fare memoria, quali sentimenti suscitano in lei?

Una profonda tristezza e una grande indignazione.

E per me sono la conferma che non abbiamo avuto la verità circa quello che è accaduto, che sicuramente ha visto il coinvolgimento di uno Stato che definisco fallato, che aveva sicuramente — e forse ha ancora oggi — molte falle.

Io dico sempre che noi abbiamo arrestato i mafiosi, con un volto e un nome.

Però secondo me dietro di loro c'è altro.

Non credo che le stragi siano state volute esclusivamente da Totò Riina o Giovanni Brusca.

Quelle "menti raffinatissime" delle quali parlava Giovanni Falcone stavano più in alto di Riina e Brusca.

Quelle menti hanno davvero decretato la morte di Falcone e Borsellino.

Tutti noi aspettiamo la verità sulle stragi, ma sono sicuro che in tanti non hanno interesse a che la verità, o le verità, è bene dirlo, vengano fuori.

 

Il presidente della commissione regionale Antimafia, Antonello Cracolici, proprio in via D'Amelio ha detto che “purtroppo, la commissione nazionale Antimafia, che aveva il compito di andare oltre la verità giudiziaria e costruire una verità storica, ha preso una strada ridicola, affermando che la strage è frutto del dossier mafia-appalti, un'analisi surreale”. Lei cosa pensa a tal proposito?

Credo che Cracolici abbia ragione.

Quale ricordo ha dei suoi colleghi delle scorte morti nelle stragi del '92?

Conoscevo bene e frequentavo soprattutto i colleghi della Quarto Savona 15.

Io e Rocco Dicillo siamo entrati in Polizia lo stesso giorno: eravamo compagni di corso alla scuola di Polizia, nella stessa aula.

Tra me e Antonio Montinaro c'era un rapporto di amicizia profondo, lui ha partecipato al mio matrimonio.

Nelle foto di quel giorno, che guardo spesso, era felice, con il suo sorriso bellissimo e contagioso.

Penso sempre a lui, e ho una sua foto nel portafogli.

Vito Schifani era un ragazzo d'oro, splendido, giovanissimo, pieno di vitalità e al tempo stesso pacato e gentile.

 

I suoi figli le avranno chiesto di quella stagione. Come gliene ha parlato?

Non è stato facile ma l'ho fatto nel corso degli anni, pian piano.

Oggi, oltre a essere padre, sono nonno di due nipoti.

Al più grande, che ha 6 anni, ho iniziato a raccontare con un linguaggio semplice del giudice Falcone che combatteva la mafia, e lui lo vede come un eroe.

I miei figli ormai conoscono tutta la mia storia.

E sono orgogliosi di quello che io ho fatto per lo Stato.

 

Lei ha trascorso in Polizia 34 anni, praticamente metà della sua vita, al servizio dello Stato: un lavoro che si direbbe impegnativo, in modo semplicistico e riduttivo. In realtà si tratta di una scelta che ti assorbe totalmente e che condiziona la tua vita, e quella della tua famiglia. Cosa hanno lasciato quegli anni a Francesco Mongiovì, alla persona, non al poliziotto?

Mi hanno reso più forte nel modo di vivere, di reagire anche alle cose spiacevoli.

E mi spingono ogni giorno a impegnarmi.

Ho scritto un libro che racconta la mia esperienza, "Uomo di Stato. La mia vita in Polizia, dalla scorta a Falcone agli arresti di Brusca e Provenzano", pubblicato da Oligo Editore nel 2025.

L'ho scritto con l'intenzione di aiutare qualcuno, volevo fosse un progetto sociale: infatti il ricavato delle vendite del libro sarà interamente devoluto al reparto di Oncoematologia Pediatrica dell'ospedale Civico di Palermo, al quale l'8 maggio scorso è stato già donato il primo assegno da 14mila euro.

Per me anche questo è fare memoria: agire ogni giorno, fare la propria parte, sempre.

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