
Mentre dal Viminale arrivano annunci, nei quartieri arrivano benzina, minacce e richieste di denaro davanti alle saracinesche.
Palermo non ha bisogno dell’ennesima passerella ministeriale.
Palermo ha bisogno di vedere lo Stato prima che arrivino i pizzini, le bottiglie di benzina, le saracinesche segnate e la paura infilata nelle vene di chi lavora.
L’ultima scena di questo film già visto è andata in onda allo Zen.
Davanti al negozio “Il barbiere dello Zen”, in via Ludovico Bianchini, sono state trovate bottiglie di benzina e una richiesta di 5 mila euro.
Non basta.
Perché nella stessa notte un altro episodio ha colpito anche il coiffeur “Total No Limits Look” in via Luigi Einaudi, con lo stesso copione miserabile: benzina davanti alla saracinesca e soldi da consegnare.
Questa non è microcriminalità.
Questa è pressione estorsiva organizzata, metodica, insistente.
E soprattutto è un messaggio chiarissimo.
Chi comanda sul territorio vuole far sapere che continua a comandare.
Le promesse annunciate e la realtà subita
Solo pochi giorni fa il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi era tornato a Palermo per presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Il copione, anche lì, era noto.
Nuove rassicurazioni.
Nuovi numeri.
Nuove promesse.
Altri 90 uomini tra polizia e carabinieri tra luglio e agosto, con una parte anticipata ai primi di luglio.
Altre risorse per la videosorveglianza.
Altri impegni declinati al futuro.
Ecco il punto.
Sempre domani.
Sempre in arrivo.
Sempre sarà fatto.
Mai il momento in cui un ministro si presenta e dice con nettezza: questo è ciò che abbiamo già messo in campo oggi, quartiere per quartiere, strada per strada, attività per attività.
La malavita, invece, non parla al futuro.
La malavita agisce al presente.
E infatti mentre lo Stato promette rinforzi, chi impone il racket recapita benzina e pretese di pagamento nella notte.
Il linguaggio della paura è immediato.
Il linguaggio della politica è rinviato.
Ed è precisamente dentro questo scarto che i clan si infilano, si riaffacciano, testano il terreno e fanno sapere che non si sentono affatto assediati.
Lo Zen come cartina di tornasole del fallimento
Colpire un barbiere di quartiere non è un gesto casuale.
È una scelta precisa.
Vuol dire entrare nel tessuto più esposto, più fragile, più simbolico.
Vuol dire colpire il lavoro quotidiano.
Vuol dire dire a tutti gli altri commercianti: guardate che possiamo arrivare ovunque.
E se questo accade nello Zen, dopo settimane di allarme crescente su Palermo, dopo gli attentati e le intimidazioni che hanno già scandito i mesi recenti, il problema non è più soltanto investigativo.
Il problema è politico e istituzionale.
Perché quando il racket torna a battere cassa con questa tranquillità, significa che non teme abbastanza la risposta pubblica.
Non teme la velocità della reazione.
Non teme la continuità del presidio.
Non teme, soprattutto, la certezza di essere schiacciato.
Piantedosi deve spiegare una cosa semplice
Se Palermo è davvero sotto attenzione straordinaria, perché le intimidazioni continuano con questa regolarità quasi sfacciata?
Se i dispositivi sono stati rafforzati, perché il sentimento dominante tra commercianti e cittadini resta quello dell’abbandono?
Se il governo ha chiaro che è tornata una dinamica estorsiva da manuale, perché la risposta pubblica continua ad apparire più mediatica che materiale?
Nessuno pretende miracoli.
Ma il minimo sindacale sì.
E il minimo sindacale è che a una sequenza di attentati, minacce e ricatti seriali corrisponda una risposta percepibile, permanente, feroce sul piano investigativo e visibile sul piano territoriale.
Non un’altra conferenza.
Non un altro tavolo.
Non un’altra sfilza di cifre da conferenza stampa.
Servono arresti, sequestri, controlli, pressione continua e protezione concreta per chi denuncia.
Perché il racket non aspetta agosto.
E la paura non si combatte con i comunicati.
Il punto politico che nessuno vuole dire
La verità è brutale.
Quando lo Stato parla come un ufficio stampa e la criminalità parla come un potere territoriale, il cittadino capisce subito chi dei due stia incidendo di più sulla sua vita.
Ed è questa la sconfitta più grave.
Non solo il reato.
Ma la percezione che il reato abbia tempi, coraggio e presenza superiori a quelli delle istituzioni.
Piantedosi è tornato a Palermo con nuove promesse.
La notte, a Palermo, si è incaricata di dare la propria risposta.
Ed è una risposta che suona come uno schiaffo.
Finché lo Stato continuerà a rincorrere e la malavita continuerà ad anticipare, il messaggio resterà quello di oggi.
Terribile.
Nitido.
Intollerabile.
Perché Palermo non può essere lasciata sola tra le parole del giorno e la benzina della notte.

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