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In Sicilia il Centrodestra balla sul cornicione

2026-06-19 06:00

Pierluigi Di Rosa

Regione,

In Sicilia il Centrodestra balla sul cornicione

Sicilia, il vertice del centrodestra certifica il caos

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Non una rotta comune ma un’alleanza sfilacciata, impegnata a contendersi soldi pubblici mentre l’Isola resta immobile.

 

C’è una differenza che pesa.

E pesa parecchio.

 

Una cosa è la riunione di Forza Italia, convocata per mettere a punto le proprie proposte sulle variazioni di bilancio.

Altra cosa, ben più rilevante, è il successivo vertice con tutti i partiti della maggioranza di centrodestra.

Ed è proprio da questo secondo passaggio, quello politicamente decisivo, che emerge il dato vero.

Confusione totale.

 

Non una maggioranza compatta.

Non una coalizione che governa, non lo ha fatto per quattro anni figuriamoci ora che si è entrati in una orribile campagna elettorale.

 

Si tratta di un insieme di sigle costrette a riunirsi per dirsi, fuori dai denti, quello che ormai vedono tutti.

La macchina regionale è ferma.

I risultati non si vedono.

E le prossime variazioni di bilancio rischiano di trasformarsi nell’ennesima fiera delle spartizioni.

 

Prima Forza Italia, poi il vertice vero della maggioranza

La ricostruzione va fatta bene.

Da un lato c’è stata la riunione del gruppo di Forza Italia all’Ars con il commissario regionale Nino Minardo e con l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino.

In quella sede gli azzurri hanno definito un pacchetto di proposte da portare al confronto politico.

Tra i temi annunciati figurano il capitale umano, il south working, il merito universitario, l’intelligenza artificiale, il sostegno all’agricoltura e un Fondo per gli investimenti nei territori.

Ma quello era soltanto un passaggio interno a un partito.

 

Il fatto politico vero è arrivato dopo.

A Palermo si sono infatti seduti allo stesso tavolo tutti i responsabili regionali delle forze politiche del centrodestra siciliano.

C’erano Nino Minardo per Forza Italia, Luca Sbardella per Fratelli d’Italia, Nino Germanà per la Lega, Marianna Caronia per Noi Moderati, Fabio Mancuso per Grande Sicilia, Decio Terrana per l’Udc e Carmelo Pace per la Democrazia Cristiana.

E se tutti questi soggetti sentono il bisogno di chiudersi per quasi quattro ore in un albergo palermitano per chiarire che non si parla di elezioni anticipate, allora significa che il clima reale è ben diverso dalla facciata ufficiale.

 

Il vertice doveva rassicurare, invece ha certificato la fragilità della coalizione

Il comunicato finale prova a raccontare un’altra storia.

Parla di unità.

Parla di stabilità.

Parla di volontà di fare tesoro del voto amministrativo.

Ma basta leggere tra le righe per capire che il vertice è servito soprattutto a prendere atto di una crisi politica ormai evidente.

La stessa maggioranza ha dovuto ammettere che dalle amministrative è arrivato un messaggio preciso.

Si sono presentati divisi in molte realtà locali.

E quella frammentazione ha pesato.

Tradotto dal politichese.

Non controllano più nemmeno fino in fondo i loro territori.

E invece di interrogarsi sul fallimento di governo, provano a ridurre tutto a un problema di coordinamento elettorale.

Troppo comodo.

Perché il nodo non è soltanto la mancanza di unità.

Il nodo è la mancanza di risultati.

 

Il tesoretto da 400 milioni è già diventato il prossimo campo di battaglia

Il punto più inquietante del vertice riguarda proprio le variazioni di bilancio.

Sul tavolo c’è il cosiddetto tesoretto da 400 milioni.

Risorse che in una regione normale dovrebbero essere utilizzate secondo priorità chiare, cronoprogrammi seri e obiettivi misurabili.

Qui invece si capisce già che sarà necessario un altro vertice convocato dal presidente della Regione per affrontare il tema politico prima dell’approdo in aula.

E questo basta e avanza.

Perché se una maggioranza non riesce a chiudere in quella sede una linea condivisa sull’uso di centinaia di milioni di euro, significa che la partita vera non è la Sicilia.

Sono gli equilibri interni.

Le quote.

I territori da accontentare.

Le bandierine da piantare.

Le rendite da costruire in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Ed eccole, allora, le parole che continuano a inseguire questa legislatura.

Mancette.

Clientele.

Distribuzione a pioggia travestita da attenzione ai territori.

Perché ogni volta che si evocano fondi per le comunità locali senza spiegare con precisione criteri, selezione, controlli e risultati attesi, il sospetto diventa quasi una certezza politica.

 

Il governo Schifani appare ancora più incapace e immobile

Il vertice della maggioranza, letto con un minimo di onestà intellettuale, non rafforza il governo regionale.

Lo indebolisce.

Perché lo rappresenta per quello che sembra essere.

Un esecutivo ostaggio dei partiti che lo sostengono.

Un presidente ormai isolato e isolante, costretto a convocare nuovi passaggi per tenere insieme alleati che non lo sono più da tempo.

Una coalizione che continua a discutere di assetti mentre la Sicilia resta inchiodata ai suoi problemi storici.

Sanità in affanno.

Infrastrutture zoppicanti.

Crisi idrica.

Trasporti insufficienti.

Aree interne abbandonate.

Imprese lasciate sole.

Giovani costretti a partire.

 

Di fronte a questo scenario, il massimo che il centrodestra riesce a offrire è una nota finale sull’unità e la promessa di affrontare più avanti il nodo vero.

Cioè i soldi.

Cioè il potere.

Cioè la spartizione.

 

Un altro anno disastroso per la Sicilia è già all’orizzonte

La conclusione è difficile da addolcire.

Da questo vertice non esce una maggioranza che ha ritrovato lucidità.

Esce una coalizione che prova disperatamente a non esplodere.

Ed è una differenza enorme.

Perché quando il principale collante non è il progetto di governo ma la necessità di restare insieme, l’amministrazione si paralizza.

E la Sicilia questo prezzo lo sta già pagando.

Si preannuncia così un altro anno disastroso, con un governo regionale ancora più incapace e immobile, e con una maggioranza concentrata soprattutto su come orientare risorse pubbliche verso operazioni di consenso.

Il resto viene dopo.

Anzi, troppo spesso non viene affatto.

 

La speranza è che le urne riescano a fare pulizia

Si può continuare a chiamarla stabilità.

Si può continuare a parlare di spirito di squadra.

Si può continuare a recitare il rosario delle priorità strategiche.

 

Ma la realtà è più brutale.

La Sicilia ha un governo che non governa e una maggioranza che si muove più per autoconservazione che per visione.

 

Per questo cresce una speranza che non ha nulla di ideologico.

Che le prossime elezioni riescano a fare un po’ di pulizia.

 

Non per sostituire una sigla con un’altra.

Ma per provare a liberare la Regione da questo impasto di immobilismo, propaganda e gestione clientelare delle risorse.

 

Perché davanti a uno spettacolo del genere, più che commentare, viene voglia di archiviare.

E ripartire da capo.

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