
Una protesta che va oltre le buste paga e accende i riflettori su un sistema che rischia di non reggere più.
Un’intera giornata di stop, un sit-in davanti all’ospedale e una domanda che pesa come un macigno: quanto può reggere ancora la sanità siciliana prima di implodere?
Domani, martedì 28 aprile, i medici dell’Istituto “G. Giglio” di Cefalù incroceranno le braccia per 24 ore.
Dalle 9.30 alle 13 è previsto un sit-in nel piazzale d’ingresso della struttura.
Una mobilitazione proclamata unitariamente da Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, che non usa giri di parole: la protesta nasce dall’assenza totale di risposte su stipendi, carriera e contratto integrativo.
Ma il punto vero è un altro.
Qui non si tratta solo di soldi.
Qui si tratta della tenuta stessa del sistema sanitario.
Il nodo delle retribuzioni e dei diritti negati
I medici del Giglio denunciano da anni una disparità ormai strutturale.
A parità di funzioni e responsabilità, il divario con i colleghi del Servizio sanitario nazionale supera i mille euro netti al mese.
Una differenza che non è più sostenibile.
Le richieste sono chiare:
Adeguamento integrale delle retribuzioni ai livelli del Ssn
Riconoscimento dell’anzianità di servizio con progressioni di carriera
Incremento del fondo di produttività, ridotto negli ultimi tre anni
Eppure, secondo i sindacati, la direzione strategica della Fondazione non avrebbe adottato alcun provvedimento concreto.
Il tentativo di conciliazione in Prefettura del 31 marzo si è chiuso con un nulla di fatto.
E anche l’audizione del 15 aprile in Commissione Sanità all’Ars non ha prodotto soluzioni.
Risultato: lo sciopero.
Una struttura pubblica trattata da privata: il paradosso Giglio
Il caso del Giglio è emblematico.
La struttura è formalmente una fondazione di diritto privato.
Ma opera in convenzione con il Servizio sanitario nazionale.
Ed è inserita nella rete pubblica regionale per l’emergenza-urgenza.
Non solo: il pronto soccorso è centro hub per l’infarto nella rete siciliana.
E allora la domanda è inevitabile.
Com’è possibile che medici che svolgono funzioni pubbliche vengano trattati come personale della sanità privata?
Il contratto applicato è quello Aiop.
La contrattazione è ferma al 2021.
E fino a due anni fa la fondazione era composta esclusivamente da soci pubblici.
Solo di recente è entrato un socio privato: l’Università UniCamillus di Roma.
Un cambio che, però, non può giustificare un arretramento dei diritti.
Carriere bloccate e fuga silenziosa
C’è poi un altro elemento che aggrava il quadro.
I medici denunciano l’assenza totale di prospettive.
Nessuna reale possibilità di carriera.
Nessun riconoscimento delle competenze.
Nessuna valorizzazione delle prestazioni.
In altre parole: professionisti fermi, sistema fermo.
E mentre la politica discute, il rischio è sempre lo stesso.
La fuga silenziosa.
Quella dei medici che scelgono altre strutture.
O altre regioni.
O semplicemente lasciano.
Il corto circuito politico: Regione assente, governance immobile
Nel confronto istituzionale emerge un rimpallo ormai stucchevole.
La governance della Fondazione richiama la Regione.
La Regione non mette risorse.
E nel frattempo nulla cambia.
Un gioco delle parti che lascia sul campo solo una certezza.
I medici restano senza risposte.
E i cittadini senza garanzie.
Una protesta che riguarda tutti
I sindacati lo dicono chiaramente.
Non è una battaglia corporativa.
È il segnale di un malessere sistemico.
Che riguarda tutta la sanità convenzionata.
E, sempre più, anche quella pubblica.
Due sistemi che dovrebbero integrarsi.
E che invece oggi sembrano collassare insieme.
E adesso?
Domani il sit-in davanti all’ospedale sarà il primo banco di prova.
Ma la vera partita si gioca altrove.
Nelle scelte politiche.
Nelle risorse che non arrivano.
Nella capacità, o incapacità, di affrontare un problema che non è più rinviabile.
Perché quando si fermano i medici, non si ferma solo un ospedale.
Si ferma un intero sistema.
E a pagarne il prezzo, come sempre, sono i cittadini.










