
Tre anni di rinvii, progetti annunciati e tavoli inconcludenti hanno trasformato il lavoro perduto in una ferita sociale che non si chiude.
Palermo torna a fare i conti con una vertenza che la politica regionale continua a trascinare come un peso da spostare, mai da risolvere.
Mercoledì 25 marzo circa un centinaio di ex lavoratori Almaviva Contact ha manifestato in piazza Indipendenza, davanti alla Presidenza della Regione Siciliana, per chiedere una cosa elementare: tempi certi per la ricollocazione occupazionale.
Il sit-in è stato promosso da Slc Cgil, Fistel Cisl, Uil Fpl/Uil Fpc e Ugl, con una richiesta politica chiarissima: un incontro diretto con il presidente della Regione Renato Schifani.
Non è stata una protesta qualunque.
I lavoratori si sono presentati con maschere bianche e cuffie con microfono, il simbolo plastico di una categoria che denuncia di essere stata resa invisibile dopo anni di servizio.
Sui cartelli, frasi che non hanno bisogno di interpretazioni: “Vogliamo risposte, basta attese”, “Siamo morti, rivogliamo il nostro lavoro”, “Noi ex Almaviva, vittime di Stato”.
Il cuore della protesta è tutto qui: le promesse ci sono state, i risultati no.
Secondo quanto riferito dai sindacati, la Regione aveva indicato due strade per assorbire l’intero bacino dei lavoratori, pari a 387 persone.
La prima riguarda l’attivazione del numero unico europeo 116-117, il servizio per l’assistenza sanitaria non urgente complementare al 118, nel quale dovrebbero essere impiegati 130 ex Almaviva.
La seconda riguarda invece la digitalizzazione delle cartelle cliniche regionali, ipotizzata come sbocco per gli altri lavoratori rimasti fuori dal primo progetto.
Ma proprio su questo secondo canale, i sindacati denunciano il vuoto più preoccupante, anche alla luce delle dichiarazioni dell’assessorato alla Salute, che avrebbero escluso l’esistenza di un percorso concretamente avviato.
Una vertenza che si trascina da anni
Qui non siamo davanti a un incidente amministrativo.
Siamo davanti all’ennesimo caso siciliano in cui la parola ricollocazione viene agitata come una formula salvifica, salvo poi restare impantanata nei passaggi tra assessorati, decreti, annunci e rimpalli.
Le stesse organizzazioni sindacali parlano ormai apertamente di una condizione insostenibile per 387 famiglie, denunciando tre anni di attesa senza soluzioni strutturali.
La testimonianza dei lavoratori restituisce la misura umana della vicenda.
Una ex dipendente, Sabrina Di Giovanni, 46 anni, ha spiegato di avere portato avanti la propria famiglia grazie a quel lavoro per vent’anni e di non vedere oggi alcuna certezza sul futuro.
È una frase semplice, ma taglia più di molte conferenze stampa.
Perché dentro quella frase c’è tutta la distanza tra la narrazione istituzionale e la realtà di chi aspetta di sapere se potrà tornare a vivere di lavoro, e non di annunci.
Il nodo politico che la Regione non può più rinviare
Il punto ormai è politico prima ancora che amministrativo.
I sindacati non chiedono più l’ennesimo tavolo interlocutorio.
Chiedono che Schifani assuma direttamente la responsabilità della vertenza e dia copertura istituzionale a un percorso con date, atti e numeri verificabili.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa imbarazzante per il governo regionale.
Perché se un progetto viene annunciato come soluzione, non può restare sospeso per mesi tra intenzioni e burocrazia.
E se il secondo pilastro, quello della digitalizzazione delle cartelle cliniche, viene di fatto smentito o comunque descritto come inesistente, allora bisogna dirlo apertamente: non c’è un piano completo, c’è soltanto una gestione a pezzi di un’emergenza sociale.
La protesta del 25 marzo non chiude nulla.
Semmai riapre tutto.
Perché certifica che la vertenza ex Almaviva non è stata assorbita, non è stata risolta, non è stata nemmeno davvero governata.
È stata parcheggiata.
E nel frattempo centinaia di lavoratori continuano a restare in bilico, mentre la politica si muove con la proverbiale lentezza di chi pensa che il tempo possa sfiancare anche il diritto al lavoro.
Adesso servono atti, non scenografie
Le maschere bianche indossate davanti a Palazzo d’Orléans sono un’immagine potente.
Ma il punto è che non dovrebbero servire simboli teatrali per costringere la Regione a vedere ciò che ha davanti da anni.
Servono un cronoprogramma pubblico.
Servono procedure trasparenti.
Servono impegni formalizzati.
Servono posti di lavoro veri.
Perché quando una vertenza riguarda 387 persone e altrettante famiglie, il confine tra inefficienza amministrativa e fallimento politico diventa sottilissimo.
E a Palermo, davanti alla Presidenza della Regione, quel confine ormai si vede benissimo.










