
L’interrogazione presentata nei giorni scorsi in Consiglio comunale a Palermo – che chiede chiarezza sul ruolo della SISPI nell’ambito delle recenti indagini che sfiorano ambienti della nuova Democrazia Cristiana cuffariana – è solo l’ultimo tassello di un quadro che si sta facendo sempre più complesso e, per certi versi, preoccupante.
Dalle intercettazioni dell'inchiesta che ha coinvolto segretario e capogruppo della Democrazia Cristiana, (Cuffaro, Pace, Raso & C.), emergono riferimenti, contatti, frequenze e una rete di relazioni che, secondo i consiglieri di opposizione, meriterebbero un approfondimento immediato per evitare che una società strategica come SISPI rischi condizionamenti esterni.
L’azienda è infatti il pilastro informatico del Comune di Palermo e qualunque ombra che ne sfiori la gestione, diretta o indiretta, diventa inevitabilmente un tema di interesse pubblico.
Ma il punto è che non c’è solo Palermo. E non c’è solo SISPI.
Quello che sta emergendo, e che la politica continua a fingere di non vedere, è che il “sistema Cuffaro” – fatto di relazioni, nomine, quote politiche e reti associative orbitanti attorno all’area della DC – non si limita ai partiti, ma permea un numero crescente di partecipate, sia comunali che regionali.
Alcune di queste vedono nei consigli di amministrazione o nei ruoli apicali figure riconducibili, direttamente o indirettamente, all’area cuffariana: un fenomeno ormai troppo esteso per essere derubricato a coincidenza o a ordinaria spartizione politica.
Ciò che preoccupa non è solo il profilo giudiziario – che spetta ai magistrati verificare – ma il profilo sistemico: quando una rete di potere si radica nelle infrastrutture amministrative, nelle società che gestiscono servizi fondamentali, nella catena degli appalti e della progettazione pubblica, allora la questione diventa politica, economica e democratica.
Il caso SISPI è, in questo senso, un campanello d’allarme.
Oggi tocca a Palermo, domani potrebbe riguardare altre municipalizzate, altre partecipate regionali, altri settori strategici: rifiuti, acqua, trasporti, servizi informatici, formazione professionale, cultura. Tutti comparti dove le nomine sono spesso terreno fertile per le appartenenze politiche e dove l’area cuffariana ha mostrato negli ultimi anni una sorprendente capacità di espansione.
La domanda è semplice:
com’è possibile che, a oltre vent’anni dalle stagioni politiche che hanno segnato la Sicilia e dopo vicende giudiziarie che sembravano aver chiuso un’epoca, determinati ambienti tornino a esercitare un’influenza così pervasiva nel sistema delle partecipate?
La risposta, purtroppo, è altrettanto semplice: perché nessuno finora ha davvero voluto affrontare il problema.
Perché le partecipate continuano a essere viste come “casse di compensazione” dove posizionare uomini di area, equilibrare correnti, ricompensare fedeltà.
Perché i controlli politici sono spesso deboli, quando non complici.
E perché il cittadino, nella maggior parte dei casi, viene tenuto all’oscuro.
L’opposizione, a Palermo, chiede chiarezza. Ed è un bene.
Ma sarebbe ancora meglio se questa chiarezza venisse richiesta su tutto il territorio regionale, su tutte le società pubbliche che oggi vedono amministratori, presidenti e direttori riconducibili all’area DC cuffariana.
Non per fare processi mediatici.
Non per criminalizzare appartenenze politiche legittime.
Ma per garantire una cosa semplice: che la gestione del denaro pubblico, dei servizi pubblici e delle infrastrutture pubbliche sia libera da condizionamenti opachi.
Se davvero il “sistema Cuffaro” stava conquistando pezzo dopo pezzo la galassia delle partecipate siciliane, allora il caso SISPI non è un episodio isolato: è un segnale.
E ignorarlo sarebbe, oggi, il vero atto di irresponsabilità civica.
E non è certo sostituendo bande a bande che si può risolvere un problema che ha superato di gran lunga tutti i livelli di guardia.










